Poco prima di morire, alcuni pazienti che la medicina dava per perduti ritrovano la memoria e riconoscono chi hanno accanto. Il fenomeno ha un nome, lucidità terminale, e nessuna spiegazione.

Esiste un'ora, nella biografia di alcuni morenti, che contraddice tutto ciò che l'ha preceduta.

La descrisse nel 2007 un oncologo americano, Scott Haig, sul «Time». Il suo paziente, David, aveva il cranio invaso dalle metastasi di un tumore ai polmoni. Nelle ultime settimane aveva smesso di parlare, poi di muoversi. L'ultima risonanza mostrava un cervello quasi interamente sostituito dalla malattia, consumato tessuto per tessuto. Dell'organo del pensiero restava quasi nulla.

La sera della morte David si svegliò. Parlò per qualche minuto con voce chiara, riconobbe la moglie e i figli, si congedò. Poi tornò nel silenzio e morì. A svegliarlo, scrisse Haig, non poteva essere stato il cervello, ormai distrutto.

Nel 2009 il biologo Michael Nahm e lo psichiatra Bruce Greyson coniarono questo fenomeno: lucidità terminale, il ritorno improvviso della chiarezza e della memoria in chi la malattia aveva reso assente da mesi, talvolta da anni.

Il fatto in sé è antico.

Ippocrate, Galeno e Avicenna avevano già notato che certi disturbi della mente si attenuano quando la fine si avvicina.

Nei secoli lo si è chiamato in molti modi, quasi tutti a disagio: un rischiararsi, una vampata di senno. In Italia, a lungo, si parlò di possessione demoniaca, tanto la lucidità di chi non avrebbe più dovuto averne pareva contro natura.

Per molto tempo questi episodi sono rimasti faccenda privata: il racconto dei familiari, l'aneddoto che gli infermieri si scambiano sottovoce. 

Poi la ricerca se n'è occupata.

Tra il 2013 e il 2019 Alexander Batthyány e lo stesso Greyson hanno raccolto centoventiquattro casi documentati, interrogando quasi novecento operatori sanitari di Austria, Germania e Svizzera: reparti di cure palliative, cliniche neurologiche, istituti per la demenza.

In più dell'ottanta per cento dei casi il ritorno era completo: la persona ricordava, riconosceva i volti, teneva una conversazione. Quasi sempre la morte seguiva nel giro di ore o di giorni, e in metà dei casi entro l'ultima giornata di vita.

Nel 2018 il fenomeno è arrivato fino a un convegno del National Institute on Aging americano. Quanti dichiarano di averlo visto almeno una volta sono così tanti da far pensare che accada molto più spesso di quanto i manuali ammettano.

La medicina poggia su una premessa: la mente è ciò che il cervello produce. La memoria, l'identità, gli affetti sarebbero funzioni di un organo, e quando l'organo si guasta la funzione si spegne. La demenza avanzata e i tumori al cervello sono la prova più dura del principio: si dissolve il tessuto, si dissolve la persona.

La lucidità terminale rovescia questo principio dove sembrava più saldo. Restituisce la parola e la memoria proprio mentre l'organo che dovrebbe contenerle è ormai distrutto.

I ricercatori non lo nascondono: nel 2012 Nahm, Greyson e i loro colleghi scrissero che non esiste, al momento, un meccanismo capace di renderne conto, e che in quelle ore la memoria sembra passare per vie diverse da quelle del cervello integro.

Resta ancora una domanda che nessun referto chiude. Se l'identità di un uomo riaffiora intatta dopo che l'organo destinato a custodirla è scomparso, allora il rapporto tra mente e materia è diverso da come si è creduto a lungo. Forse il cervello è soltanto il ricevitore di un pensiero che lo attraversa, come una radio porta una voce nata altrove. Quando l'apparecchio si rompe, un attimo prima del silenzio, la voce passa ancora.

Per chi veglia accanto al letto, quell'ora è un addio. Chi la studia ci vede anche un indizio: la persona data per perduta torna a parlare, e in quel poco tempo mostra di essere rimasta intera anche negli anni in cui pareva svanita.

Il libro che raccoglie queste storie porta un titolo che a molti pare una provocazione: La morte non esiste